LA VANDÙMIA

La vigna di Rosignano poco prima della Vendemmia 2013

La vigna di Rosignano poco prima della Vendemmia 2013

Luigina Zai è la nonna dell’attuale proprietario de La Cà Nova, Marco Bellero. Nata nel 1925, ha dedicato tutta la sua vita alla terra in cui è nata, il Monferrato, e per la quale ha lavorato come contadina per tantissimo tempo. Da qualche anno a questa parte la signora Luigina sta cercando di mantenere vive le tradizioni che da sempre hanno caratterizzato lei e i monferrini, si è dedicata infatti alla scrittura di alcuni volumi che raccontano la vita di una volta. Vi parleremo più avanti di queste perle di storia che Luigina ha scritto raccontandovi in modo approfondito tutti i suoi libri, oggi invece vogliamo regalarvi uno dei suoi racconti più belli e significativi contenuti nel volume “Piemonte nel cuore e nella memoria”, che ben racconta il periodo che stiamo vivendo in vigna: “La Vandùmia”, la vendemmia. E’ un brano un po’ lungo, ma se avete 10 minuti di tempo vale davvero la pena leggerlo, Buona lettura!! 

LA VANDÙMIA

 Com’era un tempo la vendemmia?

Che fosse un periodo di lavoro e di festa insieme, me lo rammenta la strofa di una poesia trovata tanti anni fa tra le pagine di un libro di cui ancora ricordo qualcosa: …E s’ode insieme una schiera / di donne cantelinare / nel breve cielo che pare, / un cielo di primavera…

Un tale esempio di vendemmia oggi ha il sapore di una fiaba, ma è proprio questa che rimpiango perché queste semplici rime sono state capaci di ridestare nella memoria e nel cuore immagini che, pur lontane nel tempo, sono tuttora vive.

Attualmente la raccolta dell’uva, problema squisitamente tecnico ed economico da risolvere, viene fatta con grosse macchine che passano tra i filari dei vigneti alla stregua delle mietitrebbie nei campi di frumento e di mais. Non c’è più la gioia dei tralci, altre parole che mi tornano da quella poesia, ancor meno si vedono rider gli sguardi esultanti o si sentono gli accenti sonori delle più gaie canzoni.

Nella vendemmia attuale, di tutti questi bei ricordi e della tradizione contadina è rimasto ben poco, forse qualche consuetudine sopravvive ancora in alcune aziende familiari. Invece dell’eco lontana della schiera di donne che cantano, sentiamo i ripetuti e a volte assordanti rumori dei trattori con lucidi rimorchi che lasciano scie di fumo nell’aria e, in ogni caso, il lavoro viene svolto sempre con meno personale e con tanta fretta.

Dopo aver faticato per più di sette mesi ed essere stati in apprensione ogni volta che nere nubi si addensavano in cielo, finalmente arrivava la sospirata data del raccolto più importante dell’annata agricola: la vendemmia. La coltivazione della vite è la coltura che più di ogni altra richiede impegno continuo. Si iniziava con la potatura per scegliere al teis, il tralcio portatore dei nuovi frutti e contemporaneamente si toglievano i sarmenti ormai inutili (spuasà). Al primo filo di ferro, con rametti di salice veniva legato il tralcio dalle cui turgide gemme si sviluppavano i brembu, i germogli: mano a mano andavano ad allungarsi, le donne, con le foglie di canna essiccata racchiuse a fasci negli ampi grembiali li legavano gradualmente agli altri tre fili che, posti in parallelo ed equidistanti, correvano lungo tutto il filare. Erano questi i lavori da eseguirsi obbligatoriamente nei tempi stabiliti e unicamente con le mani.

La fioritura era ed è il periodo più importante e più delicato della vegetazione della vite, durante la quale ci si dedicava con tanta fatica, intelligenza e passione. Si procedeva alla spampanatura detta anche potatura verde (sgarsulà) consistente nel togliere ad ogni pè d’vi pianta di vite, i pampini passivi onde permettere alla vite di acquisire maggior vigore a vantaggio di una più consistente e rigogliosa fioritura. Si continuava poi controllando il continuo germogliare (andrisà e fa sü) e togliendo i numerosi arbüt cioè i succhioni privi di frutto ed ingombranti.

Questo lavoro fatto quasi esclusivamente dalle donne, oggi, per mancanza di manodopera o perché nessuno vuol più fare lo eseguono le cimatrici, macchine che, non essendo in grado di raddrizzare né di compiere la cernita dei germogli passivi, passano a livellare il tutto, straziando la vegetazione con delle lame di ferro e producendo sicuramente sofferenza alla vite. Ma ancor di più la procurano al cuore degli anziani i quali ai loro tempi mai avrebbero compiuto simili mutilazioni lungo i filari ed io, che faccio parte di quel passato, ricordo come al rompersi di un lungo germoglio con i piccoli grappoli attaccati, mia madre con infinita cura ce li faceva misinà (medicare), ovvero fasciare con dei fili d’erba affinché la linfa continuasse a scorrere ed il tralcio a vivere.

Sotto il filare il terreno veniva tenuto pulito e dissodato con la zappa o con al bèiar la vanga, facendo attenzione al ceppo della vite perché restasse libero dalle erbacce estirpate anche con le mani. Anche questo lavoro oggi è eseguito dalle macchine ma non c’è confronto con l’operato di una volta, teso a mantenere liscio e pianeggiante il terreno. Le moderne zappatrici dotate di un apposito congegno scavano la terra attorno al ceppo per ripulirlo, producendo piccole buche che fanno scivolare il terreno verso il basso inasprendo vigne e colline.

In agosto l’uva incominciava ad anvarà (colorire), gli acini scurivano e finiva il trattamento contro la peronospora a base di solfato di rame al verdaràm, spruzzato con la macchina irroratrice portata sulle spalle, dal peso di venticinque – trenta chilogrammi e le vigne si tingevano color blu come il cielo. Quando dall’alto del filare fuoriuscivano i lunghi e tardivi germogli si passava a scuarà cioè a tagliargli cun l’amsurìn il falcetto e, se a settembre pioveva molto, si andava lungo i filari a sbuscà (disboscare), a togliere con i forbicioni le foglie in basso attorno all’uva perché entrando più aria e sole, si impedisse all’umidità di far marcire o ammuffire l’uva. Verso la fine di settembre con i grappoli tutti colorati e nell’attesa della completa maturazione, si preparava l’attrezzatura per la raccolta. Nella cantina venivano lavate e rinfrescate al vasèli le botti in legno (e successivamente in cemento) unitamente ai mastelli e secchielli; sui carri si sistemavano i’arbi, le bigonce utilizzate per il trasporto del raccolto fatto con i buoi o con i cavalli.

Ai miei tempi di solito la vendemmia iniziava ai primi di ottobre e continuava per due o tre settimane: era un lavoro festoso con le colline gremite di persone che recidevano i grappoli e, tra una conversazione e l’altra, scherzavano con motti arguti mentre i canti delle donne rimbalzando con naturalezza di collina in collina diffondevano ovunque allegria. La sera i carri con le bigonce colme di uva sostavano sulle aie nell’attesa di venire pigiate dagli uomini che, vigorosamente e a piedi nudi, riducevano i grappoli in mosto versato poi nella brenta e portato a spalle nelle botti in cantina. Intanto per tutta la casa e lungo le strade si diffondeva un odore particolare: era l’afrore dell’uva pigiata, anticipo del buon vino.

Oggi tutto questo in tante cascine dei nostri paesi non si verifica più: le uve raccolte vengono velocemente portate con i trattori alle cantine sociali, le quali, simili a grandi fabbriche fornite dei più sofisticati macchinari, trattano il raccolto sotto il controllo di enologi e basandosi su nuovi metodi di fermentazione e di lavorazione immettono poi sul mercato i loro prodotti in bottiglie dalle lucide etichette con il nome delle pregiate uve da cui provengono.

Se il progresso ha ridotto di molto la fatica del contadino, ha però portato via dalla sua vita il senso della festa di una volta, della poesia della vendemmia e del piacere della buona compagnia: ciò che si è vissuto e che nel contempo si è amato è una gioia ricordare perché non si vive senza passato.

Avevamo dieci anni io e mia cugina il mattino di una vendemmia di tanti anni fa quando, singhiozzando ai piedi del camino, non volevamo andare a scuola ma a vendemmiare. I familiari erano perplessi di fronte alla nostra insistenza perché la scuola era d’obbligo e non ci si poteva assentare senza chiedere il permesso alla maestra. D’altro canto credevano alla nostra buona volontà essendo noi in casa ubbidienti nel fare e nell’eseguire ciò che abitualmente ci veniva richiesto, valutando anche, come un poco di aiuto in più servisse sempre durante quel raccolto che doveva fare i conti con il maltempo. Mia madre vista la nostra determinazione, pensò di accompagnarci lei dalla maestra per informarla ed indossati in fretta i grembiulini ci dirigemmo, per fare più in fretta, verso la strada che l’anziana insegnante percorreva a piedi ogni mattino per recarsi a scuola. Appena incontrata, la mamma le chiese se poteva lasciarci a casa qualche giorno stante l’urgenza della vendemmia e la maestra, che conosceva bene la campagna con tutto ciò che comportava, fu comprensiva ed acconsentì; però, ritenendoci piccole per quel lavoro, si mostrò dubbiosa su quanto potevamo raccogliere e per quanto tempo resistere alla fatica. Raccomandò poi alla mamma, nel caso la nostra permanenza nelle vigne fosse stata una perdita di tempo per noi e per gli altri, di rimandarci subito a scuola: ma non ce n’è fu bisogno, né allora né in anni successivi nei giorni in cui restavamo a casa per andare a vendemmiare!

In quegli anni quando la scuola incominciava il primo ottobre, iniziava contemporaneamente anche raccolta dell’uva e, da giovani, quel periodo non l’abbiamo mai voluto perdere perché lo sentivamo non faticoso, ma festoso. C’era già nell’aria alcuni giorni prima, un senso di attesa gioiosa perché dovevano arrivare al vandümieri le vendemmiatrici, ossia le donne che venivano da fuori a vendemmiare e che mio padre in anticipo era andato a prenotare per la vendemmia; i ragazzi invece che abitualmente lavoravano in cascina si informavano sulle lavoranti e speravano che fossero giovani e belle e, intanto, fervevano i preparativi. Si puliva e si sbiancava la cà dal’alsija (stanza del bucato) dove venivano sistemate le vendemmiatrici mentre nella stanza di sopra adibita a granaio, in quei giorni, si portavano le balle di paglia che, ben disfatta, serviva per il paiòn (pagliericcio), il letto per dormire. Con l’arrivo delle vandümiere il clima della vendemmia era tangibile: il cortile e la casa si animavano di tante persone, di ragazze sorridenti e socievoli che facevano subito amicizia con noi bambine. Di solito erano un gruppo di sei – otto donne con due o tre anziane che avevano il compito di sorvegliare le più giovani e che spesso provenivano dai paesi di pianura, ragazze non abituate alla campagna come si poteva vedere dalle loro mani bianche. In anni in cui non si andava in vacanza né in ferie, sceglievano di venire in collina a vendemmiare per cambiare aria e per mangiare uva a volontà ma, qualcuna, si trovava in difficoltà per il lavoro inusuale ed il mal di schiena e dopo qualche giorno tornava a casa. Le più forti e resistenti erano comunque le donne già abituate ai lavori dei campi, provenienti dai paesi in cui nell’estate si era purtroppo abbattuta la tempesta e che, non avendo più nulla da raccogliere, andavano a guadagnarsi qualcosa nei vigneti degli altri, risparmiati.

Mio padre le andava a prelevare con il cavallo ed il birroccio su cui caricavano i loro fagotti con dentro una coperta, il cuscino da mettere sulla paglia e qualche indumento di ricambio; sul carretto salivano le anziane mentre le giovani venivano a piedi anche da venti e più chilometri di distanza. Fra le tante ragazze che ho visto vendemmiare quando ero bambina, di alcune, ricordo ancora i volti sorridenti insieme alla volontà e all’instancabilità nel lavorare: giovani forti, dal fisico slanciato che non disdegnavano vuotare pesanti secchielli colmi di uva dall’alto della brenta portata a spalla dagli uomini, anch’essi giovani. Le loro grandi mani veloci nell’afferrare e staccare l’uva erano scure per la mancanza di guanti che nemmeno esistevano e le loro belle persone non conoscevano la ginnastica delle palestre ma solo il movimento del lavoro. Ricordo anche il loro parco mangiare: la famiglia offriva la minestra a mezzogiorno, la polenta alla sera ed il latte al mattino con il pane a volontà che mangiavano accompagnandolo sempre a grappoli d’uva per risparmiare il companatico, e portare a casa qualche lira in più.

Allora non c’era un orario da rispettare nel lavoro: si entrava nelle vigne a vendemmiare allo spuntare del sole e, dopo una breve pausa a mezzogiorno, si continuava fino al tramonto. Ma in quelle lunghe giornate passate con la schiena piegata, non si avvertiva la stanchezza soprattutto quando c’era il sole, la terra asciutta ed un abbondante raccolto perchè, ad alleviare ogni disagio, contribuiva sempre la buona compagnia, la conversazione ed i canti. Noi ci siamo affacciati alla vita proprio con la vendemmia ascoltando le prime canzoni nelle vigne ed al suono del grammofono sul quale si alternavano i pochi dischi portati dai giovanotti che venivano a trovare le giovani vandümiere. In una stanza da cui erano stati tolti il tavolo e le sedie ballavano poi la sera, e noi bambine, contente per quei momenti di piacevole novità, stavamo in un angolo ad ascoltare e a guardare, le donne anziane nell’altro a sorvegliare.

Un tempo gioioso e sereno mai dimenticato, come mai sono stati scordati i tempi tristi ed avversi delle annate in cui la grandine devastava i germogli e il maltempo la vendemmia in atto.

Quando durante l’estate si abbatteva la grandine sui vigneti, la vendemmia era sempre perduta ed anche se restava qualcosa, se rispuntava o si rimarginava a secondo del periodo in cui la tempesta aveva colpito, si raccoglieva quel poco con il cuore gonfio di pena ed il desiderio di fare presto per non vedere più un tanto scempio. In quelle tristi annate ci si aiutava fra parenti ed amici per non dover pagare del personale non avendo più alcun ricavo, e le giornate di quelle brevi vendemmie erano meste e silenziose: a sorreggerci c’era solo la speranza nel prossimo anno. Se l’estate era stata piovosa e se  continuava a piovere sia ad agosto che a settembre, si preannunciava un’annata grama, di quelle maledette per i contadini. L’uva marciva ed i grappoli si coprivano di muffa: bisognava raccoglierla anche se gli acini non erano del tutto maturi perché continuavano ad alternarsi giorni di pioggia mentre già si entrava nelle vigne a raccogliere. Allora veramente il lavoro diventava faticoso e pesante con gli uomini che si guardavano in faccia l’un l’altro imprecando e le donne che invocavano la clemenza dal cielo. La difficoltà maggiore si incontrava nel camminare sulla terra molle e nel trasporto delle bigonce sui carri, lungo le stradine fangose e scivolose. Gli scarponi che portavamo ai piedi diventavano pesanti blocchi di fango e sotto i secchielli si attaccava uno spesso strato di terra bagnata duplicandone il peso, ed anche gli indumenti zuppi d’umidità, pesavano. Ma alla nostra raddoppiata fatica si doveva aggiungere quella dei buoi il cui lavoro era, in quella circostanza, tanto più faticoso e rischioso.

Aveva piovuto tutta la notte ed al mattino sprazzi di sole si affacciavano attraverso le nuvole che si stavano diradando. Avevamo aspettato fin dopo mezzogiorno perché la terra ed i filari asciugassero un poco per poter scendere in fondo alla collina e continuare la vendemmia. Verso sera però, il cielo si era tinto di nuovo di scuro, presagio di altra pioggia ed allora si era cercato di riempire bene la bigoncia che era diventata stracolma. I buoi attaccati al timone faticavano a trascinare il carro verso la cima della collina e le grandi ruote cerchiate di ferro affondavano tagliando profondamente la terra melmosa della strada. Zio Giovanni, l’addetto alle bestie, stava davanti a guidare i buoi, gli altri uomini intorno ad incitarli perchè non riuscivano più a fare girare le ruote ed inarcavano la schiena piegandosi in avanti quasi ad inginocchiarsi nel tentativo di non retrocedere dietro al peso. Allora barba Giunin gridò alle donne di dare una mano e noi tutte, sapendo ciò che si doveva fare in quei frangenti, ci distribuimmo subito sia dietro sia ai lati del carro iniziando a spingere con tutte le nostre forze. Eravamo quattordici o quindici persone e, con quella forza aggiunta, i buoi passo dopo passo incominciarono a fare risalire il carro fino a raggiungere la sommità della collina, ma appena arrivati sentimmo lo zio urlare:

“Doni scapè, via, prestu, scapè”(donne scappate, via, veloci, scappate ).

Pochi secondi sufficienti per fare un balzo e scansare il carro che, da solo, aveva iniziato a retrocedere verso il fondo della stradina. Fortunatamente, lo zio aveva appena fatto in tempo a vedere la caviglia di ferro ben fissata dal timone entro il giogo piegarsi, e si era talmente piegata, da fare scivolare fuori il timone senza trascinare le bestie che si erano trovate ferme in mezzo al fango, mentre le ruote del carro prendevano sempre più velocità nella ripida discesa fino ad arrivare traballando in fondo, e la bigoncia rovesciarsi su un fianco. Una scena di dolore per il raccolto andato distrutto e di terrore per lo scampato pericolo che non ho più potuto dimenticare, come tanti altri casi simili che capitavano durante la vendemmia.

Raccogliemmo tutto il possibile, ma la perdita era stata grande: mia madre piangeva in silenzio, la sera era scesa cupa e mesta come se tutto fosse andato perduto mentre, fuori, ancora pioveva.

Al mattino però, ci eravamo alzati con il cielo terso ed il vento che spirava forte e al pomeriggio splendeva un sole caldo, così eravamo tornati alle vigne; le donne con le ragazze sulle colline avevano ripreso a cantare e barba Giuanìn, compiaciuto, accarezzando i buoi aveva detto che erano stati due leoni: avevano piegato il ferro ma, loro, non si erano piegati!

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2 thoughts on “LA VANDÙMIA

  1. Luigina is a source of great knowledge. Often when I am in my l’orto (vegetable patch) Luigina will wander over with Gilda the short legged but incredible fat sausage dog in tow. Using my basic Italian and lots of hand pointing we will discuss my l’orto. Luigina will show me why my plants are dying whilst hers are flourishing.

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